La garanzia di un lavoro

Post Covid. La necessità di un intervento pubblico per incentivare la creazione diretta di (buon) lavoro torna ad animare il dibattito, in Italia, in Europa, negli USA, in tutto il mondo.

di Riccardo Sanna, Capo Area Politiche di Sviluppo CGIL Nazionale

Sin dal 2013, attraverso il Piano del Lavoro la CGIL ha voluto promuovere un nuovo intervento pubblico in economia tramite nuovi investimenti pubblici e creazione diretta di lavoro, in grado di sospingere la domanda, dirottando così anche l’offerta verso un più alto sentiero dello sviluppo fondato su innovazione e sostenibilità. Inoltre, senza scomodare Marx e il suo “l’esercito industriale di riserva”, appare del tutto evidente che tanto è alta la disoccupazione quanto è più difficile riequilibrare i rapporti di forza, ovvero impedire la compressione di salari e diritti. D’altra parte, creare occupazione vuol dire anche stabilizzare il ciclo economico nei periodi di recessione, come quella che stiamo attraversando a causa della pandemia Covid-19. Lo stesso New Deal di Roosvelt partiva da questi presupposti. Negli ultimi 50 anni sono numerose le esperienze di creazione diretta di lavoro pubblico e tra le più avvincenti vanno sicuramente annoverate le misure adottate nei Paesi Scandinavi, in Sud Africa (tra cui il piano di Nelson Mandela, Expanded Public Works Program), in India (con l’imponente National Rural Employment Guarantee Act), in Australia, in Nuova Zelanda, in Canada e in Argentina. 

Job Guarantee

Anche negli USA, da oltre due anni, si sta discutendo di Job Guarantee, tradotto: “Lavoro garantito” o “Garanzia di un lavoro”. Dopo le politiche espansive del Presidente Obama, gli Stati Uniti raggiunsero il minimo storico di tasso di disoccupazione ma, non avendo un modello sociale come quello europeo, la qualità del lavoro e il livello dei salari restano bassi.

Oltre 5,4 milioni di persone. Questa la platea di un’eventuale 

programma di Job guarantee in Italia 

tra forza lavoro potenziale, disoccupati, part-time involontari, 

sottoccupati, precari, “scoraggiati”, irregolari ecc.

Ecco allora che diversi esponenti democratici, radicali e moderati, da Sanders allo stesso neo Presidente Biden, hanno rifondato la strategia di riforma del modello di sviluppo americano sull’idea di garantire a tutti un buon lavoro. Si tratta di un Public service employment program, ovvero un piano per azzerare la disoccupazione statunitense attraverso la creazione diretta di lavoro, andando oltre le politiche attive, il sostegno al reddito o gli ammortizzatori sociali, fino ad esaurire la domanda non assorbita dal mercato privato e raggiungere così la piena e buona occupazione:

  • una Agenzia nazionale è responsabile di una banca di progetti pubblici; si fissano dei target prioritari di disoccupati e sottoccupati (negli USA, soprattutto donne, giovani e minoranze etniche);
  • attingendo alle liste di collocamento, si impiegano le persone per realizzare i progetti e, contemporaneamente, si cerca per loro la collocazione più adatta in base al titolo di studio, alle esperienze o alle aspirazioni (per un massimo di 3 proposte);
  • si fissa un salario minimo convenzionale (in base alla soglia di povertà relativa oppure ai minimi salariali dei lavoratori pubblici o privati) e si prevedono dei diritti minimi (l’assicurazione sanitaria e la maternità), oltre all’iscrizione e al Sindacato.

Insomma, si lavora mentre si cerca lavoro. Due aspetti risultano cruciali: (1) la centralità del lavoro come via per contrastare la povertà e per la realizzazione personale degli individui anche in un’era di lavoro precario e mal pagato; (2) la possibilità che lo Stato sia un datore di lavoro di ultima istanza, che interviene in ambiti cruciali per il futuro e il buon funzionamento di una società a capitalismo avanzato nei quali il mercato non arriva o non intende arrivare (es. beni comuni, lotta al cambiamento climatico, innovazione sociale, nuovo welfare).

Paese Italia

In Italia la forza lavoro potenziale (oltre ai disoccupati, part-time involontari, sottoccupati, precari, “scoraggiati”, irregolari, ecc.) a cui garantire una buona occupazione ammonterebbe a oltre 5,4 milioni di persone. Di sicuro, l’emergenza scaturita dalla pandemia ha riaperto la discussione sull’economia pubblica e ha accelerato il licenziamento delle politiche di austerità e di svalutazione competitiva del lavoro, proprio a partire dalle istituzioni europee. Tra i principali obiettivi del programma Next Generation EU – varato per far fronte all’emergenza e definire un nuovo modello di sviluppo – c’è proprio la promozione dell’occupazione. Le risorse a disposizione sono davvero tante. L’opportunità è unica. Tutto dipenderà dal Piano nazionale di ripresa e resilienza che l’Italia presenterà in Europa.

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