I PRECARI STORICI DELL’EMERGENZA

Sono circa 15mila le lavoratrici e i lavoratori somministrati nel comparto della Sanità e nelle RSA. Circa 10mila negli ospedali pubblici e 5mila nelle residenze e nei servizi per anziani.

Infermieri, operatori sanitari, impiegati amministrativi all’accoglienza, altre figure, tutte “con scadenza”, tutte in prima linea a contrastare la pandemia, rischiando il contagio come i dipendenti pubblici/privati e, in particolare nelle RSA, in molti casi senza le adeguate protezioni. La condizione di ricattabilità delle persone in attesa di rinnovi di contratto o di missione determina la possibilità di essere sottoposte a un rischio maggiore, in quanto molto spesso si evita di rivendicare fino in fondo i propri diritti, compreso quello alla salute, e di dichiarare eventuali infortuni sul lavoro (in questo caso infezione contratta sul lavoro).

Salute e Sicurezza

Sulla sicurezza sul lavoro va aumentata la capacità di intervento ispettivo, in particolare nelle RSA, luoghi in cui, oltre alle migliaia di morti tra gli ospiti, le condizioni di lavoro sono ancora oggi e in molte situazioni, al limite della sostenibilità. In queste strutture, oltre alla manifesta incapacità di intervento delle Regioni, si è pagato un prezzo altissimo di vite e contagi derivanti dalle scelte di privatizzazione delle strutture e delle conseguenti precarie e pesanti condizioni di lavoro. La somministrazione spesso è elemento strutturale e non sostitutivo o congiunturale; in questi casi non è concepibile che le agenzie non abbiano avuto nessun ruolo nella tutela della salute dei somministrati, nascondendosi dietro le responsabilità degli utilizzatori. Va riscoperto il valore fondamentale del lavoro di questo settore, uscendo dalle logiche capestro dei minutaggi infernali e dei bassi salari, considerandolo servizio pubblico a tutti gli effetti e non occasione di profitto. 

Somministrazione strutturale: stabilizzare i lavoratori

Se la somministrazione nel settore pubblico e in Sanità è strutturale da anni, allora è incomprensibile che, a fronte di esigenze di incremento di organici, dimostrate anche nell’attuale emergenza, non venga riconosciuto ai somministrati il diritto alle quote di riserva nei concorsi; un’esclusione esplicita voluta dalle Regioni (sic) e presente nella Riforma Madia. In molti casi, questi lavoratori e lavoratrici hanno passato anni di lavoro attraverso continui rinnovi. Questa fase deve essere un’occasione per un atto di equità e di riconoscimento per il lavoro svolto, stabilizzando i rapporti di lavoro e superando le norme che li condannano alla precarietà. Il valore del lavoro deve essere riconsiderato anche in funzione del valore sociale e il Primo Maggio è l’occasione per ribadirlo.

#RSA. IL CASO ARKIGEST IN PIEMONTE 

Le RSA sono gli avamposti da fortificare in cui invece si condensano fragilità mediche, economiche e lavorative. In Piemonte il sistema sanitario è in forte difficoltà per il depotenziamento dei servizi e dei presidi sanitari pubblici. Al 24 aprile risultano circa 4.812 gli anziani in RSA positivi al Covid-19, dato largamente sottostimato visto il ritardo dell’arrivo dei tamponi e l’attesa del risultato per quelli effettuati. Le strutture per anziani in Piemonte sono 750, con più di 40.000 ospiti e circa 15.000 dipendenti. Solo nelle RSA a metà aprile risultano 660 decessi a cui aggiungere i decessi degli ospiti trasportati in ospedale. L’emergenza sanitaria da Covid-19 ha messo a nudo criticità strutturali e a farne le spese sono le fasce più deboli della popolazione non solo dal punto di vista medico, vedi gli anziani, ma anche economico e lavorativo per chi ha meno risorse e minore potere contrattuale. 

L’esposto in procura della Cgil

L’attività del NIdiL nelle RSA 5 Torri e Le Terrazze, con personale sanitario all’80% in somministrazione con l’agenzia Arkigest, non ha inizio con l’emergenza sanitaria. L’ultima azione sindacale in ordine di tempo è l’invio ad aprile di un esposto alla Procura della Repubblica per la verifica di non tempestivi trasferimenti degli ospiti sintomatici nelle strutture ospedaliere, nonostante la mancata strumentazione medica e il personale insufficiente (la metà in malattia e non sostituito) a garantire cure adeguate per gli ospiti e il contenimento del rischio da contagio. L’esposto come le altre azioni di denucia agli Spresal, ai Nas e al Prefetto, dopo i primi casi positivi da Covid-19 a marzo, sono stati necessari, anche se ad oggi non abbiamo risposte formali, a fronte di mancate risposte da parte delle due RSA su DPI, sanificazione dei locali, sosituzione del personale in malattia. Azioni sostenute con la denuncia mediatica fatta sui giornali e con la costituizione dei comitati dei familiari, insieme a SPI Cgil, per ottenere l’arrivo dei tamponi. Ad oggi ci risultano circa 60 decessi di cui circa 24 contagi accertati (difficile avere numeri certi perchè le persone decedute in struttura non sono sottoposte a tampone).

I somministrati nelle RSA “5 Torri” e “Le Terrazze”

Tutto racconta di un sistema inefficiente e iniquo che si regge sul basso costo del lavoro e sulla ricattabilità di chi lavora. In questo si traduce la non stabilizzazione degli operatori sanitari; il sistema di minutaggio previsto dalla legge regionale per l’assistenza residenziale socio sanitaria, che riduce la cura di una persona a minuti da erogare da parte di personale sanitario su cui si scarica la responsabilità di lavoro in più, se necessario e in questo si traduce il licenziamento della nostra storica delegata 5 Torri dopo 15 anni di lavoro, nella totale indifferenza della Agenzia per il Lavoro. Per questo nelle due RSA, allo scoppio della pandemia, NIdiL aveva già all’attivo assemblee con all’odg carichi di lavoro, riorganizzazione, incremento del personale, tutti problemi che con l’emergenza si sono acuiti.

Inesistente il ruolo dell’agenzia per il lavoro

In questi pochi elementi di racconto di un sentiero di lotta sindacale, il grande assente nell’assunzione di responsablità verso i propri dipendenti per la tutela del lavoro e della salute è l’Agenzia per il Lavoro. L’ultimo DPCM, attraverso il protocollo allegato, chiama in causa la responsabilità di tutte le imprese al rispetto delle disposizioni di sicurezza, quindi alle Agenzie del lavoro torniamo a dire che anche se in ritardo, è il momento di dismettere il ruolo di liberi battitori. 

Lucia Santangelo, NIdiL Cgil Torino