"Una e indivisibile. L'Italia riparte dal Mezzogiorno." Oggi a Roma l’Assemblea nazionale della CGIL.
Questa mattina a Roma “Una e indivisibile. L’Italia riparte dal Mezzogiorno“, l’Assemblea nazionale della CGIL con al centro i temi del lavoro di qualità, dello sviluppo sostenibile, dei diritti e della giustizia sociale, e con l’obiettivo di rilanciare la questione meridionale come grande questione nazionale e riportarla al centro del dibattito pubblico e dell’azione politico-sindacale.
Intervento di Alessandro Castellana, coordinatore NIdiL CGIL Puglia
Se si parla di disparità territoriali collegate alla condizione sociale delle persone rispetto al lavoro, il divario tra Nord e Sud credo non riguardi soltanto indicatori economici, livelli occupazionali o capacità produttiva. Riguarda anche la qualità della vita lavorativa e sociale delle persone e, quindi, la concreta possibilità di costruire un progetto di vita stabile e dignitoso.
Troppo spesso il dibattito pubblico continua a oscillare tra due rappresentazioni entrambe insufficienti. Da un lato il Sud raccontato esclusivamente come area problematica; dall’altro un Mezzogiorno descritto quasi soltanto attraverso le sue vocazioni naturali: il turismo, il paesaggio, il mare, le energie rinnovabili. Ed è qui che si inserisce quella logora retorica del “sole, mare e vento” che rischia di trasformarsi in una vera e propria idea di destino economico. Una gabbia infiocchettata dalla quale non c’è possibilità di uscita. Come se il Mezzogiorno dovesse inevitabilmente limitarsi a questo: accogliere flussi turistici, ospitare impianti energetici, offrire servizi stagionali e lavoro a basso valore aggiunto. Come se non si trattasse di una scelta politica e industriale, ma di una condizione naturale, quasi inevitabile.
Naturalmente, nessuno mette in discussione il valore di questi settori. Il punto, però, è capire se possano essere sufficienti, da soli, a costruire un sistema economico capace di produrre occupazione stabile, salari adeguati, innovazione, mobilità sociale e tenuta democratica dei territori. Il punto, allora, non è negare, ad esempio, la transizione ecologica o il ruolo del turismo. Il punto è capire se il Mezzogiorno debba limitarsi a ospitare queste trasformazioni oppure partecipare pienamente alla costruzione delle filiere produttive, industriali e tecnologiche che ne derivano.
Perché il rischio concreto è quello di consolidare un modello economico fragile, caratterizzato da attività discontinue, bassi salari e scarsa capacità di generare sviluppo autonomo. E questo incide direttamente sulla condizione sociale del lavoro. Dove il tessuto produttivo è più debole, anche il lavoro diventa più debole: più precario, meno qualificato, più esposto al ricatto salariale e al lavoro irregolare. E quando questa dinamica si consolida nel tempo, si produce qualcosa di ancora più profondo: una progressiva marginalizzazione sociale dei territori.
In questo senso, il divario territoriale non può essere letto soltanto come una differenza nei redditi o nei livelli occupazionali. È anche una differenza nella qualità delle opportunità offerte alle persone. Negli ultimi anni il Mezzogiorno ha progressivamente perso capacità industriale senza che si costruissero alternative solide e strutturate. E questo ha avuto effetti economici, sociali e demografici molto rilevanti. Lo spopolamento, infatti, non è soltanto una questione statistica o anagrafica. Molto spesso è il risultato di un progressivo restringimento delle possibilità: lavoro instabile, salari insufficienti, servizi carenti, difficoltà di accesso alla mobilità, mancanza di prospettive professionali.
Per questa ragione credo che la discussione sul Mezzogiorno debba tornare a mettere al centro il tema della politica industriale. Occorre capire quali filiere produttive, quali investimenti strategici e quali capacità tecnologiche il Paese intenda sviluppare anche nel Sud. Meno chiacchiere sulla mera bellezza estetica dei territori e più industria e più cantieri. Questo deve essere il mantra per rilanciare il Mezzogiorno.
E insieme al tema industriale rimane decisivo quello infrastrutturale. Perché non esiste sviluppo produttivo senza una mobilità efficiente di merci e persone. Non può esserci riequilibrio territoriale se intere aree continuano ad avere collegamenti più lenti, reti più fragili e minore accesso ai servizi essenziali. Le infrastrutture non sono soltanto un fattore economico: sono una condizione concreta di cittadinanza, di libertà e di permanenza nei territori.
Allo stesso modo, credo che andrebbe affrontato in maniera seria anche il tema delle politiche di sostegno al reddito. In territori segnati da precarietà diffusa, bassi salari e lavoro irregolare, strumenti di contrasto alla povertà possono avere anche una funzione di riequilibrio sociale e contrattuale, perché riducono la condizione di ricattabilità delle persone e sostengono la domanda interna di beni e servizi.
Dentro questa riflessione credo che sarebbe utile discutere anche di progetti di Job Guarantee (lavoro garantito), soprattutto nelle aree più fragili e nei territori maggiormente colpiti da disoccupazione e spopolamento: Programmi pubblici, collegati a bisogni reali delle comunità che possano rappresentare non soltanto una misura occupazionale, ma anche uno strumento di coesione sociale e di rafforzamento dei territori. Così come sarebbe utile rafforzare il ruolo di soggetti pubblici territoriali nella programmazione degli investimenti e delle politiche industriali, soprattutto in quelle aree che da sole fanno più fatica ad attrarre sviluppo stabile e qualificato.
Perché probabilmente uno degli errori compiuti negli ultimi anni è stato quello di attribuire quasi esclusivamente all’offerta di lavoro il compito di adattarsi al mercato, alimentando il discorso sul cosiddetto mismatch tra competenze e domanda di lavoro Ma il problema, in molti territori, riguarda anche la qualità della domanda di lavoro. E senza un innalzamento della qualità produttiva e occupazionale sarà difficile invertire processi che oggi appaiono sempre più strutturali: bassi salari, precarizzazione, emigrazione giovanile e indebolimento sociale dei territori.
Per questo la questione meridionale continua a essere, prima di tutto, una questione nazionale. Non riguarda soltanto il Sud. Riguarda l’idea di sviluppo, di coesione sociale e di democrazia economica che l’Italia intende costruire nel prossimo futuro.