Negli ultimi decenni le ristrutturazioni avvenute nel sistema produttivo del Paese hanno portato ad una progressiva destrutturazione del mercato del lavoro, favorita dalla legislazione del Governo Berlusconi sin dall’introduzione della legge 30, con un ricorso sempre maggiore al lavoro autonomo o semi-autonomo in sostituzione del lavoro dipendente.
Ricorso che è cresciuto negli anni da un lato per i minori costi e tutele propri del lavoro parasubordinato, dall'altro a causa della ricattabilità cui sono sottoposte le persone che operano con modalità di lavoro atipiche, essenzialmente in ragione della natura stessa dei contratti: non applicabilità dei contratti e della normativa sul lavoro dipendente, rinnovi frequenti, possibilità di disdetta senza preavvisi, ecc...
Il compito, complesso, che si impone è quindi sia di dare tutela tanto a chi sceglie queste modalità di lavoro e deve poter operare senza essere vessato da leggi inique, sia a chi invece le ha subite come unica opportunità offerta dal mercato del lavoro, con carattere di abuso.
L’ampliarsi negli ultimi anni del ricorso a queste tipologie contrattuali, impone a NIdiL di lavorare quindi con ancora più forza per fare in modo che chi non è economicamente autonomo, chi cioè opera in assenza di mezzi organizzati d'impresa, sia soggetto da includere in una rete di tutele universale.
La CGIL ormai da qualche anno ha avanzato una proposta di legge sul lavoro economicamente dipendente, che supera la dicotomia fra lavoro subordinato e lavoro parasubordinato o semiautonomo, riconducendola ad un’unica fattispecie cui garantire tutele e diritti uguali: crediamo che questa continui ad essere la soluzione da guadagnare normativamente, ma anche, nel frattempo, per via contrattuale.
Alcune proposte di modifica della legge
Ad oggi siamo in presenza di una legislazione che penalizza chi di fatto è economicamente dipendente e però è iscritto, nel caso dei lavoratori che NIdiL rappresenta, alla gestione separata.
Nell'ipotizzare quindi alcune riforme utili per i lavoratori che operano con partita Iva e con il lavoro a progetto, sono necessarie alcuni interventi normativi, infatti praticabili anche come obiettivi contrattuali:
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l’aggancio ai compensi minimi dei CCNL di riferimento per i lavoratori dipendenti con analoga professionalità, come già in parte previsto dalla legge finanziaria 2007;
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l’istituzione dell’obbligatorietà della rivalsa previdenziale, innalzandola oltre il 4% per portarla progressivamente il linea con la ripartizione del costo contributivo dei parasubordinati. Ciò sia per evitare che il costo previdenziale vada a gravare per intero sui lavoratori con Partita Iva iscritti alla Gestione Separata, sia al fine di impedire il travaso improprio dalle collaborazioni alle partite iva a causa della convenienza economica che hanno i committenti;
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la totalizzazione completa dei contributi versati nelle diverse gestioni, eliminando i 3 anni di requisito contributivo minimo, e la rivisitazione dei coefficienti così come previsto dal protocollo Welfare, al fine di assicurare pensioni più dignitose;
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l'esclusione dall'Irap in aggiunta a quanto già stabilito dalla legge sui contribuenti minimi: chi non dovesse rientrare nel regime previsto al di sotto dei 30mila euro deve comunque essere escluso dal pagamento dell’Irap se non ha mezzi organizzati d’impresa;
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la previsione di ammortizzatori straordinari anche per gli iscritti alla Gestione Separata, in un particolare momento di crisi economica che vede questi lavoratori fortemente colpiti;
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l’introduzione di un costo percentuale aggiuntivo a carico delle committenze: contributo utile sia per costruire una previdenza integrativa individuale, ma soprattutto per assicurare l’aggiornamento professionale adeguato alle competenze con le quali questi lavoratori devono difendersi nel mercato del lavoro.
Fra “auto-impiego” e “auto-sfruttamento”: i Professionisti Precari
I lavoratori che operano con la Partita Iva o col Contratto a Progetto lo fanno sia per ragioni di auto impiego, scelto liberamente al termine di un percorso di studi, che per imposizioni datoriali. In tutti i casi, viste le norme correnti, sono lavoratori che operano comunque in condizioni sfavorevoli dal punto di vista del reddito e delle tutele.
Le proposte di modifica legislativa richiamate sopra sono soluzioni, non esaustive, ma che rispondono ad alcuni dei problemi essenziali che vivono quotidianamente i lavoratori autonomi o parasubordinati, e di rivendicazioni che avanzano da lungo tempo.
Negli ultimi mesi stiamo lavorando in particolare, come NIdiL, per ricondurre ad unità le differenti esigenze che ci vengono poste attraverso la Rete dei Professionisti Precari: uno spazio nel web che si propone di dare voce, informazioni e consigli utili a quelle decine di migliaia di professionisti che vivono, in vario modo, l’assenza di tutele.
Contro l’automatismo fra professionalità ed autonomia
Nell’ambito del quadro normativo e del mercato del lavoro attuali, dobbiamo essere in grado di tutelare chi svolge una professione in modo autonomo impedendo però che si alimentino travasi strumentali dalle professionalità già regolate da CCNL a professionalità analoghe svolte con modalità autonoma: obiettivo che, accanto al superamento degli abusi presenti, rappresenta la priorità ai fini della tutela complessiva di modalità diverse di svolgere la professione.
La prassi che abbiamo registrato fino ad oggi soprattutto in alcuni settori (sanità, servizi alle imprese, editoria, ecc) è infatti quella di dare vita prima all'area formativa ed associativa legata alla nuova professione e poi alla professione in senso stretto, codificando magri così “nuove figure autonome” in luogo di altre “vecchie” forme di lavoro dipendente.
Occorre a tale riguardo lavorare anche in particolare perché non si alimentino artificiosamente nicchie ulteriori di mercato, e nel mercato del lavoro, che aumentino inutilmente la frammentazione, spingendo, nel contempo, a rincorse di riconoscimenti professionali parcellizzati più utili a soddisfare bisogni di lavoro immediati che a valorizzare professioni vere.
Questo anche al fine di garantire e tutelare l’utenza soprattutto in settori che implicano una elevata responsabilità sociale (sanità, edilizia, trasporti, ecc…).
Nell’ottica prioritaria di contrasto agli abusi, si tratta allora di lavorare per favorire gli accorpamenti professionali affini, prevedendone l’inserimento anche nei profili contrattuali, al fine di evitare un’impropria equazione professione-autonomia.
L’ inclusione nei diritti
Prendiamo ad esempio la nascita relativamente recente di una figura come quella del sessuologo.
Si tratta di lavoratori con una elevata professionalità che da una parte studiano i fenomeni della sessualità del punto di vista medico, e dall’altra analizzano le dinamiche dei processi relazionali con riferimenti alle teorie psicoanalitiche.
In questo caso, più che ragionare sul riconoscimento della nuova professione, è indispensabile lavorare contrattualmente per includere questa disciplina nei due profili principali da cui questi lavoratori provengono, inserendo cioè la specializzazione in sessuologia tanto nel percorso di studi compiuto dai medici quanto in quello degli psicologi.
In questo modo, accanto alle possibilità di esercizio della libera professione, per queste figure si aprono anche spazi per un eventuale inserimento nelle piante organiche delle strutture pubbliche o private in cui essi operano.
Non sempre infatti il riconoscimento delle professioni tout-court è sinonimo di diritti, come sostenuto da alcune associazioni di professionisti.
In assenza di una legge sul lavoro economicamente dipendente e finché il lavoro parasubordinato avrà costi e diritti minori, occorrerà lavorare contrattualmente per riportare al lavoro dipendente la “autonomia” subita o in abuso; praticando nel contempo contrattualmente e chiedendo normativamente la integrale parificazione dei costi con forme aggiuntive che quelle flessibili.
L’unica via in grado oggi di tutelare i lavoratori che subiscono dumping contrattuale è quella di avviare percorsi di tutela che li facciano confluire nel lavoro dipendente.
Estendere ad ampio raggio – come CGIL – e proseguire lungo questo percorso, fare chiarezza fra abuso e autonomia, è a nostro avviso la strada per eliminare il dumping e la contrapposizione oggi presente nel mercato fra i professionisti tali sia se dipendenti che quando autonomi.
E’ questo anche il passaggio ineludibile perché le professioni realmente autonome operino finalmente con modalità dignitose.
Cosa chiediamo
È importante fare attenzione alla complessità dell’approccio a tali figure: per un verso vanno rispettate e valorizzate per ciò che esprimono e vogliono rappresentare; per l’altro non va mai perso di vista il fatto che la mancanza di regole al riguardo stia consentendo abusi che danneggiano anche quelle figure che si esprimono nella loro autenticità.
Per tutelare queste figure professionali bisogna partire dal garantire almeno i tre diritti fondamentali:
- Diritto alla retribuzione equa
Gli ultimi dati disponibili forniti dall’Inps ci davano compensi attestati su un valore medio di 1.000 euro per le collaborazioni. Per le partite Iva compensi formalmente anche superiori sono però erosi dal carico pressoché integrale dei contributi: elemento questo che alimenta spesso una richiesta motivata, ma sbagliata, di diminuzione delle aliquote contributive.
Occorre allora che, in modo netto, il trattamento economico minimo dei parasubordinati sia agganciato ai minimi contrattuali di figure professionalmente analoghe del lavoro dipendente.
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Diritto alla pensione
Il diritto alla pensione va esercitato garantendo un livello di contribuzione previdenziale adeguato e consentendo la completa totalizzazione dei contributi a garanzia di possibili passaggi da tipologie diverse. Questo per le partite Iva deve poter comportare, al fine di impedire ingiuste penalizzazioni, che sia prevista anche per loro l’obbligatorietà di riparto contributivo pari alle altre figure dell’autonomia. Non si capisce infatti perché partite Iva non strutturate in forma di impresa debbano avere la facoltà e non l’obbligatorietà di rivalsa sul datore di lavoro, come avviene per le collaborazioni.
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Diritto all’aggiornamento professionale
Il diritto all’aggiornamento professionale è elemento indispensabile per queste figure, nonché la possibilità di costruire una previdenza integrativa individuale. La modalità più utile è per noi il riconoscimento di un costo aggiuntivo a carico dei datori di lavoro che si avvalgono di queste competenze, dando corso in tal modo anche al principio di un costo maggiore legato alle figure più flessibili.





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